La Verità sulla malattia e morte di Bruno Groning – Josette Groening 1959

Bruno e Josette

Dopo la morte di Bruno Groening, molto è stato scritto sulla sua malattia. Sfortuna­tamente senza conoscenza dei fatti, che sono stati molto distorti. Per esempio, c’è chi ha sostenuto fosse morto sotto i ferri durante un intervento chirurgico.

In qualità di moglie, vorrei chiarire al pubblico il reale andamento della sua malattia e della sua morte. Va detto prima di tutto che fino al Novembre del 1958 io non sapevo nulla della malattia di mio marito: lui non se ne era mai lamentato ed andava avanti come al solito a ricevere visite e cercatori di guarigione. Siccome durante quel mese perse molto peso, misi al corrente un nostro caro amico, il Dott. Pierre Grobon di Parigi, degli inquietanti sintomi che lui mostrava. Grobon li considerò essere un pos­sibile segno di un brutto male. Su suo consiglio, mio marito ed io ci recammo a Parigi alla fine di Novembre 1958. Insieme al Dott. Grobon ci recammo da un radiologo. Questi sottopose mio marito ad una serie di lastre ai raggi X. Analizzatele, giunse alla conclusione che mio marito aveva un cancro allo stomaco in uno stato avanzato.

A Plochingen, prima che partissimo per Parigi, mio marito mi aveva detto:

“So cosa mi sta accadendo e nessuno mi può aiutare!”

Nonostante ciò gli tenni nascosto quanto il Dott Grobon mi disse circa la gravità delle sue condizioni. Successivamente lui ebbe modo di dirmi:

“Credevi non sapessi cosa mi stava accadendo? Ho il cancro e ce l’ho da lungo tempo! Non c’è nulla che possa essere fatto.”

Ero in una situazione disperata e disperata io stessa e scoppiai in lacrime. Il Dott. Grobon spiegò a mio marito che doveva essere operato al più presto: era questione di giorni, forse di ore o forse era già troppo tardi. Mio marito, perfettamente calmo e tranquillo, rispose:

“Ora l’intervento non avrebbe nessuna possibilità di successo. Molti mi aspettano, sia in Germania che all’estero. Voglio parlare in occasione della ricorrenza del Natale. Ritornerò qui a Parigi a gennaio del prossimo anno – 1959.”

Il Dott. Grobon ne fu piuttosto scosso ed allora chiese a mio marito, con tono quasi supplichevole, di permettergli di operarlo immediatamente. Disse: “Non è possibile che tu possa fare un viaggio nelle condizioni nelle quali ti trovi ora. Se tu fossi mio padre, tu oggi saresti già stato operato.”

Gli rivelò quindi la gravità della sua malattia: “Una persona nelle tue condizioni deve mettersi sotto dieta ferrea e vivere in totale calma, senza il minimo stimolo ed evitare qualsiasi affaticamento. E’ impossibile che tu possa intraprendere dei viaggi così lunghi, per giunta in inverno e per di più con te alla guida!”

E Bruno rispose:

“Mangio quello che mi piace mangiare, mi sento ancora valido ed abbastanza in forze da poter continuare a lavorare e tenere le conferenze programmate. Tuttavia, per farti piacere, ritornerò a Parigi fra 8 giorni. Devo ancora prendermi cura di alcune cose a casa ed accelerare i miei programmi di viaggio.”

Il giorno seguente ripartimmo per ritornare a Plochingen, con lui alla guida.

Sulla strada del ritorno a casa ci fermammo a Karlsruhe per far visita a degli amici e durante la cena Bruno parlava con gli altri ospiti nel suo solito modo vivace. Tranne me, nessuno degli ascoltatori poteva immaginare che quel commensale geniale ed amante della vita si trovasse, stando a precise diagnosi dei medici, in pericolo di vita, in una situazione fatale. Con gioia della padrona di casa mangiò con grande appetito, e senza la minima considerazione per la sua terribile malattia, ben quattro fette di torta bevendo un sacco di caffè. A Parigi, il Dott. Grobon gli aveva specificatamente chiesto di smettere del tutto di bere caffè. Non fu che a mezzanotte che potemmo ri­prendere il viaggio per Plochingen e mio marito non mostrò il minimo segno di stanchezza fisica o di essere emozionalmente giù di morale. Il suo carattere non era minimamente cambiato e mostrava il suo abituale modo di essere buono e vitale.

Durante il nostro soggiorno a Plochingen registrò molti nastri che furono destinati a sostituire le sue “letture”, che erano state programmate in precedenza e previste in occasione delle festività per il S. Natale presso i circoli delle Comunità Groning di Springe, Essen, Karlsruhe, e di Asburgo. Oltre ad alcune città all’estero.

Otto giorni dopo, lui alla guida, ritornavamo a Parigi. Dopo aver telefonata al Dott. Grobon, ci recammo presso la clinica chirurgica del suo amico Dott. Bellangers, che Bruno ben conosceva. Nel frattempo, il Dott. Grobon aveva informato sulle condizioni di mio marito questo ben noto specialista nella chirurgia dei tumori. Dopo che il Dott. Bellangers ebbe esaminato le lastre, mi disse in francese per non farsi capire da Bruno:

“L’operazione sarà molto difficile. Non sono nemmeno del tutto sicuro che lo si possa operare. Stando alle lastre, è un caso quasi disperato. Inciderò a livello dello stomaco e se potrò intervenire senza pericolo, lo farò. Diversamente richiuderò l’inci­sione.”

A quel punto non tenni segreta a mio marito la gravità della situazione.

Lui sorrise e disse: “Non mi preoccupa: mi taglino dalla testa ai piedi, non mi spaventa. Dopo tutto, devo sperimentare nel mio stesso corpo come ci si sente dopo un’operazione così seria.”

Mentre traducevo, il Dott. Bellangerss sgranava gli occhi per aggiungere che, molto probabilmente, avrebbe dovuto asportare una grossa parte dello stomaco. Al che Bruno:

“Nessun problema, asportatelo pure per intero! Tanto so che lo lascerete lì tutto!” Mentre rientravamo nella nostra stanza, in Clinica, Bruno mi disse sorridendo:

“Quando mi apriranno, saranno sconcertati da quello che vedranno. E’ molto peggio di quello che mostrano le lastre.”

L’operazione ebbe luogo il giorno seguente, alla presenza del Dott. Grobon. Prima che terminasse questi venne in camera da me e mi disse: “La devo informare di una cosa terribile: è molto peggio di quanto immaginavamo. Lo stomaco è completa­mente compromesso e non è più operabile. Si vedono già delle metastasi al fegato ed al colon. Ha i giorni contati. E’ stata una terribile sorpresa per entrambi i medici, erano profondamente sconvolti. Il chirurgo, appena visto che non c’era più nulla da fare, ha ricucito la ferita. Non riescono a comprendere come l’aspetto esteriore di Bruno rivelasse così poco della sua sofferenza interna, come potesse respirare tran­quillamente, come il suo metabolismo abbia potuto funzionare perfettamente nelle ul­time due settimane e come la sua conta ematica fosse eccellente. Di solito, in con­dizioni simili, appena si assume un po’ di cibo si hanno conati di vomito a ripetizione e così il paziente muore lentamente di inedia. Ma con Bruno questo non è successo.”

Nel frattempo, il Dott. Bellangers aveva ricucito la ferita e Bruno veniva riportato nella nostra camera. Era ancora sotto anestesia. Sia io che l’infermiera eravamo sorprese dal colorito roseo della sua pelle e dal suo aspetto fresco. Dopo alcune ore si ris­vegliò.

Nei giorni successivi, il comportamento del paziente Bruno Groning avrebbe sempre più sorpreso medici ed infermiere: mangiava con grande appetito; mangiò moltissimo miele. Le infermiere di notte erano del tutto sconcertate quando lui ogni notte alle 10 chiedeva di mangiare un panino. Erano sicure avrebbe vomitato. Ma non accadde mai. Non era visibile nessuno dei sintomi solitamente associati a tale malattia. Pochi giorni dopo, durante una visita del Dott. Bellangers, Bruno si alzò dal letto, fece dello stretching e della ginnastica e si batté ripetutamente con la mano sullo stomaco. Il medico si portò le mani al volto ed urlò terrorizzato: “La smetta! Le ferite potrebbero aprirsi! Non posso guardarla fare una cosa simile!” Ed uscì di corsa dalla stanza.

Bruno rise di cuore e disse che non capiva come quell’uomo potesse essere così ter­rorizzato.

Al sesto giorno dopo l’intervento, andammo a fare una passeggiata per le strade di Parigi sotto una pioggia torrenziale. Ci fermammo ad un angolo di un grosso incrocio, vicino ad un teatro: lui se ne stava lì allegramente, con le mani in tasca, a guardare il traffico della grande città mentre la pioggia scorreva a rivoli sul suo viso. L’essere tutto bagnato non lo preoccupava. Siccome stava scendendo sera ed iniziava a far freddo, gli chiesi di rientrare in clinica. Esitò prima di seguirmi e disse:

“Potrei andare avanti a passeggiare per ore.”

Nella Clinica c’era sempre più tensione: erano tutti sempre più spaventati da quello strano paziente. Giunse in vista il Dott. Bellangers e trovandosi in piedi nel centro di una camera vuota, per la centesima volta disse: “E’ terribile!”

A casa, abitavamo al terzo piano e mio marito non usava spesso l’ascensore, prefer­iva salire a piedi. La sera prima della partenza effettuai molte registrazioni di mio marito con i Dottori Bellangers e Grobon. Al dodicesimo giorno, prima della partenza, ci fu una piccola discussione fra il Dott. Grobon e Bruno: lui, Bruno, voleva assoluta­mente guidare la macchina. Quando il medico glielo proibì tassativamente, rispose sorridendo:

“Se gli esseri umani potessero solo liberarsi dalla loro costante paura, avrebbero più successo nella vita!”

Al momento della partenza, in un’atmosfera molto piacevole, entrambi i medici dis­sero: “Bruno, ti accompagnino tutti i nostri auguri e, Dio volendo, ti rivedremo nuova­mente in salute!” Mi diedero due certificati nei quali dicevano di essere perfettamente consapevoli della gravità delle condizioni di Bruino. I certificati medici contenevano delle precise indicazioni per il malato. Il viaggio verso Plochingen fu senza incidenti, con Bruno cordiale e loquace come d’abitudine.

Il S. Natale era alle porte: Bruno decorava felice l’albero di Natale. Fra Natale ed il primo dell’anno ricevemmo molte visite. Nessuno dei suoi amici notò che era malato, men che meno di una malattia così grave. Il suo desiderio di aiutare gli altri era più forte di tutto. Molti però notavano la sua magrezza ed il pallore.

Alla fine di Dicembre ci recammo a Rhòndorf sul Reno, e lui guidò per l’intero viag­gio. Parlò ai presenti fino alle 2 del mattino senza mostrare il minimo segno di stanchezza e sulla via del ritorno fu sempre lui a guidare per l’intero tragitto.

All’inizio di Gennaio facemmo molte passeggiate nelle foreste attorno a Plochingen: mio marito era felice di essere in vita. Per il 1° di Febbraio era programmato di as­sumere una nuova segretaria ma il 6 di Gennaio mio marito mi sorprese con la spie­gazione del perché non avrebbe assunto una segretaria. Disse:

“Questa notte ho ricevuto un altolà. Dovremo tornare presto a Parigi, ma non so esattamente quando.”

Non c’è dubbio sapesse che avrebbe dovuto lasciare presto la vita terrena e che non sarebbe mai voluto rimanere in Germania, una nazione che lo aveva perseguitato negli ultimi 10 anni, con i medici che erano diventati suoi nemici in modo particolare. Tuttavia, io non capivo perché volesse aspettare così a lungo dato che le sue con­dizioni peggioravano di giorno in giorno.

Il 10 gennaio dovevamo recarci ad una riunione importante, ancora una volta a Rhòndorf. Quel giorno era nevicato abbastanza ed era impossibile usare l’auto. Così andammo in treno. Causa la neve ci furono ripetuti ritardi del treno, attendemmo così per ore. Altri non avrebbero retto a simili condizioni, ma Bruno superò indenne questa disavventura invernale, cosa che si spiega solo con la sua incomprensibile padronanza, senza una lamentela, delle sue condizioni fisiche. Il giorno successivo mio marito fu anche in grado di superare brillantemente il viaggio di rientro a Ploch­ingen, svoltosi nelle medesime condizioni proibitive.

Chi volesse comprendere il comportamento di mio marito nelle ultime settimane prima del ritorno alla Casa del Padre deve come minimo cercare in qualche modo di farsi un’immagine di quella che era la sua attitudine mentale. Prima di prendere qualsiasi decisione importante, Bruno, a differenza di come solitamente si pensa, non si assillava con interminabili discussioni sulla fattibilità od utilità dei passi da compiere. Egli si affidava al super-conscio ed all’intuizione inconscia sui quali poteva contare grazie alle sue energie superiori, soprattutto quando restituiva la salute in chi soffriva ed aveva cercato invano la guarigione per anni, e fin per decenni.

“Il momento più felice della mia vita sarà quando mi verrà concesso di lasciare il mio corpo.”

Sapeva che non gli era concesso di rimanere in Germania, tuttavia era in attesa di istruzioni circa il momento della partenza per Parigi. Durante le sue ultime settimane prima della partenza, ricevette la visita del fratello Kurt, con il quale fece molte lunghe passeggiate. Due giorni prima di ripartire gli fecero visita due collaboratori, con i quali ebbe delle conversazioni lunghe ed intense senza permettere che le sue condizioni di salute lo disturbassero in alcun modo.

Lunedì 19 Gennaio diede istruzioni alla segretaria di prenotare due voli per Parigi per il mercoledì. Nonostante la mia insistenza per partite il lunedì, fu fermo nella sua de­cisione.

Mercoledì 21 Gennaio volammo a Parigi.

Mio marito era di buon umore, ma si capiva che non stava bene. Era necessario un ulteriore intervento. Il 22 Gennaio 1959 esso ebbe luogo ed il Dott. Bellangers, che diresse l’intervento, mi disse: “La distruzione dentro al corpo di Bruno è terribile: c’è una totale combustione interna e rimane un mistero per me come abbia fatto a vivere ed a sopportare lo spaventoso dolore. Comunque, la fine è vicina.”

In una lettera del 26 Febbraio 1959, il Dott. Bellangers scrive: “Sopportare una simile sofferenza richiede una forza di volontà decisamente rara. Ho sempre ammirato il suo coraggio e la sua calma cristallina che si possono spiegare solo con una forte fede cristiana.

Così scriveva il Dott. Grobon in una sua del 28 Febbraio 1959: “I miei sforzi verso Bruno sono andati oltre quanto per me naturale. Devo dire di aver ricevuto un fenom­enale sostegno dal suo coraggio, dalla sua forza di volontà e dalla sua grande per­sonalità. Era così forte che si potrebbe dire: ‘Lui non ha sofferto!’ Era sulla strada di Cristo. I suoi amici dovrebbero saperlo e questo è un vero motivo di conforto.”

E’ insolito anche il seguente fenomeno naturale: il 22 di Gennaio 1959, mentre mio marito era sotto anestesia, sui cieli di Parigi scoppiò improvvisa una tempesta con tuoni e lampi. Fece così buio da dover accendere le candele nel bel mezzo di quella che era una giornata luminosa. Le infermiere furono molto sorprese da una tempesta così violenta.

Nei giorni seguenti l’intervento, la temperatura, pressione sanguigna e battito di Bruno erano perfettamente normali. Si alzò fin due volte per sedersi in poltrona. Solo la notte fra Domenica 25 Gennaio 1959 e lunedì 26, manifestò dei segni dell’avvici­narsi della morte.

Lunedì 26 Gennaio 1959 alle 13 e 45 fece ritornò, in pace e tranquillità, nell’eternità. Accadde nell’esatto momento in cui gli esseri umani sarebbero riusciti ad impedirgli di realizzare la sua missione divina. Il 22 di Gennaio infatti, il giorno stesso dell’operazione, giungeva a termine a Monaco il processo intentato contro Bruno Groening. Un processo che per lui era vitale. Il Pubblico Ministero aveva ancora una volta chiesto una condanna al carcere.

La sua morte può essere compresa guardandola da questo punto di vista: “La gente disse male di lui, ma Dio ne disse bene.”

Bruno Groening, ultima speranza per migliaia di sofferenti, non era più su questa Terra.

lo, in qualità di moglie, sento la necessità di riferire in modo conciso della com­mozione dei suoi medici.

Mentre poco dopo la scomparsa di Bruno parlavo con il Dott. Bellangers, questo medico avvezzo alle sofferenze, pulendosi dalle guance le lacrime che scendevano copiose, mi disse:

“Queste persone dai doni divini hanno vita dura sulla Terra. La loro tragedia è che dopo aver aiutato migliaia di persone, non sono in grado di aiutare se stessi.

Bruno Groening era un superuomo!”

Fonte:

Gertrud Elisabeth Weidner (Hrsg.): Lichthort, Zeitschrift fùr universale Gotteserfahrung, dualistische Geisteser­kenntnisse und esoterisch-ganzheitliches Weisheitsgut (Verlag fùr Esoterische Wissenschaften, Marschalkenzim­mern, Schwarzwald, 1959) Nr. 33/34

Aprire una comunità

Le Comunità costituiscono l’opportunità di incontrarsi regolarmente, come indicato da Bruno Groening, per seguire l’insegnamento da lui lasciato, e condividere le proprie esperienza, attraverso una “Ora della Comunità”. Questa sezione si riferisce alle Comunità Libere o Indipendenti, che seguono integralmente l’insegnamento di Bruno Groening, e non si applica ad altre realtà.

Ogni Comunità ispirata all’insegnamento di Bruno Groening, per definirsi tale, dovrà seguire ovviamente il suo insegnamento, e non diventare un veicolo per qualcosa di diverso. Non deve essere richiesto denaro a nessun titolo, ma è però possibile accettare offerte, meglio se in una cassetta che garantisca anonimato (va bene anche una scatole di cartone con una feritoia) per coprire le spese (es. affitto sala per l’incontro, acquisto materiale per la Comunità, ecc.).

Bruno Groening non ha mai specificato come condurre un’ora di Comunità, lasciando quindi la libertà di strutturarla secondo il proprio sentire. Questo è il motivo per il quale non ci sono documenti originali riguardo allo svolgimento di un Ora della Comunità, e quando si incontra una rigida strutturazione di tale evento, questa è frutto delle interpretazioni e delle idee di altre persone. Però, in linea di principio, si può ritenere che la lettura di una parte tratta da conferenze di Bruno Groening dovrebbe essere letta sempre, dal momento che egli registrava le sue conferenze proprio per lasciarle agli amici presenti e futuri. Si potrebbe poi, per esempio, leggere qualcosa da un libro, mettere qualche musica, vedere video, condividere esperienze o guarigioni o aiuti, leggere poesie ispirate, o altro ancora.
Lo scopo dell’Ora di Comunità non è quello di fornire nozioni, ma di vivere l’esperienza concreta del suo lascito.

Bruno Groening non ha mai posto vincoli nemmeno per la frequenza degli incontri. Ci si può quindi incontrare una volta al mese, ogni settimana, ogni 2 o tre settimane, ogni 2 mesi, o come desiderato.

Ogni comunità può avere un responsabile, anche definibile come “guida della Comunità”, una figura indicata per le Comunità più numerose, che organizzi gli incontri e conduca l’ora, lasciando però spazio agli amici presenti e coinvolgendoli (ad esempio per una lettura). Oppure si può fare a meno di una “guida”, cosa più indicata per le comunità più piccole, e organizzare un’ incontro dove gli amici presenti si occupano a turno della conduzione dell’incontro a turno, oppure dove ognuno dei partecipanti prepara una parte (es. uno sceglie delle letture, un altro delle musiche, ecc.).

Le comunità possono costituirsi spontaneamente, e chi aiuta o conduce al loro interno non deve essere nominato o “eletto” da nessuno. Condizione irrinunciabile è che venga però seguito l’insegnamento autentico di Bruno Groening, senza interpretarlo, adattarlo o modificarlo secondo le proprie convinzioni religiose, morali o di altra natura.

Per la durata dell’Ora di Comunità non ci sono vincoli, anche se un’incontro troppo breve o troppo lungo non è la soluzione migliore. In linea di massima può andare bene una durata di un’ora o due, che risulta essere quella più gradita in genere.

Frequentare incontri presso altre Comunità già avviate può fornire ottimi spunti.

Riguardo alla costituzione di una Comunità, Bruno Gröning ha detto:

“E’ stato così, cari amici, io stesso non ho creato una sola cerchia di amici (“comunità”). E’ così! Ciò significa che non ho agito io, ma che questo è avvenuto in base alla libera volontà delle persone. Dove alcuni lo hanno sentito e si sono detti: “ah, dovremmo unirci insieme e, se lo vogliamo, allora gli chiederemo una visita.”
Così sono nate le comunità, cari amici. Sarebbe stato sbagliato se avessi detto: Allora crei una comunità, tu, tu, tu, tu. E così via… e così via. No, niente di tutto ciò è successo.
In molti casi è stato come se coloro che avevano sperimentato la guarigione nel proprio corpo, si sentissero per questo obbligati ad aiutare anche altre persone a raggiungere questa felicità.” (Vedere il video qui a seguire “Come sono nate le comunità” per ascoltarlo dalla sua viva voce).

Come sono nate le comunità – Bruno Gröning


Un convegno locale. Si svolge in modo alquanto simile ad un’ora di comunità

Gestito da: Comunità Indipendente di Roma Est